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Rassegna Stampa del 17 Luglio
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Rassegna stampa del 10 Luglio
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Il bavaglio (giusto) c’è già. Solo che non viene fatto valere
(di Emilia Rossi)
Un arresto importante quello di Flavio Carboni.
E ieri sulle pagine di alcuni giornali (tra quelli che non hanno aderito alla «giornata del silenzio») compaiono ampi stralci delle intercettazioni effettuate nelle indagini che hanno portato a quello ed altri arresti, chiaramente tratti dal testo dell’ordinanza di misura cautelare.
C’è da scommettere che oggi si potranno leggere e rileggere anche sulle testate rimaste silenziose per un giorno. È l’ultimo, in ordine di tempo, degli atti di aperta violazione del divieto di pubblicazione degli «atti» di un procedimento penale pur non più coperti dal segreto (perché l’interessato, come si sa, ne è venuto bruscamente a conoscenza).
Divieto che, si badi bene, è sancito e sanzionato dalla legge attuale, in vigore (tra modifiche e integrazioni intervenute nel tempo) da oltre vent’anni, da quando è nato il «nuovo» codice di procedura penale. Essì, perché l’attuale articolo 114 del codice di procedura penale vigente vieta «la pubblicazione, anche parziale, degli atti non più coperti dal segreto fino a che non siano concluse le indagini preliminari ovvero fino al termine dell’udienza preliminare».
Il che significa, basta confrontare il disposto con quello del primo comma, che, se gli atti sono coperti da segreto, ne è vietata qualsiasi pubblicazione, anche solo per riassunto e pure se limitata al loro contenuto; se non sono più coperti dal segreto ne è consentita la pubblicazione per riassunto (come si sta prevedendo esplicitamente nel ddl Alfano) e se ne può pubblicare il contenuto ma continua a essere vietata la pubblicazione dell’atto o di una sua parte.
Cosa che, invece, avviene regolarmente, come nel caso che occupa oggi le pagine dei giornali. Il bavaglio, quindi, se di bavaglio si vuol continuare a parlare, esiste già e in termini non tanto diversi da quelli delineati nel ddl Alfano approvato al Senato. Solo che è slacciato. E non perché i codici attuali non prevedano sanzioni per la violazione dei divieti di pubblicazione di atti o di immagini. Li prevedono eccome e, anche in questo caso, in forme sostanzialmente non dissimili da quelle che si vogliono introdurre con la c.d. legge-bavaglio: sanzioni disciplinari (art.115 c.p.p.) e sanzioni penali (art.684 c.p.). Insomma, il cosiddetto «arresto per i giornalisti» per cui si grida allo scandalo e si incita alla resistenza da un mese circa a questa parte è già legge da oltre vent’anni ed è previsto, appunto, per la pubblicazione arbitraria degli atti di un procedimento penale.
Si tratta, per la verità, di una contravvenzione che può essere estinta con il pagamento di un’oblazione che nel d.d.l. Alfano risulterebbe soltanto un po’ più onerosa dei 100 e poco più euro attualmente previsti. Ma, si comprende, l’evocazione dell’arresto è più efficace quando si tratta di mobilitare i difensori delle libertà alla resistenza.
Il fatto è che il cosiddetto bavaglio, che, invece, è regola posta a tutela dell’esercizio dei diritti di difesa e, prima ancora, dell’integrità delle indagini e, in poche parole, della celebrazione di un processo giusto come definito dall’articolo 111 della Costituzione (quello che non compare mai nel dibattito di questi giorni), è ignorato e reso inefficace da quanti dovrebbero rispettarlo e farlo rispettare. Potremmo aspettarci, almeno da parte di coloro che affermano che le leggi (buone) ci sono già e basterebbe applicare queste anziché inventarne di nuove, un atto, un gesto che segni una nuova stagione: la repressione, per esempio, delle ultime recenti violazioni dei divieti di legge.
Non accadrà, c’è da scommettere anche su questo. L’alleanza di poteri, diversi ma uniti nell’obiettivo, che ha consentito la perpetrazione impunita della violazione delle leggi vigenti è forte e coesa.
E allora, via libera a chi vuol far credere che il d.d.l. Alfano attenti alla libertà di stampa, perchè ignora che i divieti alla pubblicazione degli atti del processo esistono già e sono già puniti e lo ignora – magari pure in buona fede – semplicemente perché non sono mai stati fatti rispettare.
Via libera a chi grida alla resistenza, preannunciando la violazione della legge dal primo giorno in cui entrerà in vigore, perché, in realtà, non farà altro che quello che ha fatto finora, da vent’anni a questa parte, rimanendo impunito.
Rassegna stampa del 3 Luglio
Intervento di Marco Taradash a Radio Radicale il 03 Luglio 2010
Tutto il fango gettato sul Cav. finirà in un bestseller di Marco Travaglio
Strano, una legge odiata da Berlusconi, convinto che chi più ha (voti) più merita (minuti), condivisa dai liberali fondamentalisti, quelli che l’uguaglianza dei punti di partenza.., idolatrata dalla sinistra che sogna un meccanismo dove chi meno riceve (consenso) più possiede (trasmissioni partigiane), insomma la legge sulla par condicio, è diventata, e addirittura nella sua versione più rigorosa e intransigente – Propaganda Zero – il ferro di lancia del centrodestra in questa campagna elettorale.
Strano, il Pool di Telecamere Pulite, che appena un mese fa scendeva sulla piazza digitale con la barba incolta e la Costituzione nel portafoglio, accusando la commissione Rai di togliere agli italiani il pane della verità e preannunciando il boicottaggio della delibera, ora si appella alla stessa commissione per riavere ciò che non gli sarebbe mai stato tolto se quella strana protesta non fosse stata inscenata.
Strano, Michele Santoro, che abitualmente ascolta i Pm, è stato ascoltato dai Pm, che probabilmente volevano indagare se le sue trasmissioni piacciono a Berlusconi, cosa che forse i magistrati di Trani, guidati dal dottor Capristo, riusciranno ad appurare. Almeno, infatti, Santoro parla. Il dottor Pierpaolo Stefanelli, musicologo, invece non parlava. Aveva l’Aids, era sul letto di morte, non riusciva né a sollevare la testa dal capezzale né a pronunciare il suo stesso nome. Ma per il dottor Capristo, che nel 1993 conduceva l’inchiesta sul rogo del Tetaro Petruzzelli, era un testimone decisivo. Poteva incastrare il direttore del Teatro, accusato di essere il mandante dell’incendio doloso all’origine del disastro. Stefanelli rantolava, era in stato confusionale, sarebbe morto dieci giorni dopo. Non riuscì a proferire una frase compiuta, non rispose a nessuna domanda, ma il dottor Capristo utilizzò ugualmente quell’interrogatorio come atto d’accusa. Un anticipatore: già nel 1993 applicava alla giustizia il meccanismo di simulazione dei talk show di oggi. E pazienza se alla fine il presunto reo sarebbe stato definitivamente scagionato da ogni colpa. Diciassette anni dopo, comunque.
Alle volte ritornano, le vicende più triste, più sconclusionate. Come le presunte pressioni politiche sulla Rai. Ma quando mai! Direttori di Tg che ricevono telefonate dai politici? Quando mai! O garanti di questa e quella autorità “indipendente”, scelti dai partiti, che ai partiti del loro operato rispondono. Quando mai! Oggi a Trani quello che è stato l’ordinario e scontato modo di fare di tutti i leader politici dalla fondazione della Rai ad oggi si chiama concussione, minacce contro organi dello Stato, e chi più ne ha più ne metta.
Chi denuncia vere o presunte violazioni della legalità, reclama provvedimenti a filo di legge, chiede che non vengano istruiti in Rai processi paralleli a quelli celebrati nelle aule di giustizia, è sotto accusa. Chi contro la legge lascia filtrare sulla stampa per fini tanto chiari quanto inconfessabili intercettazioni di discutibilissima legittimità a carico di un presidente del Consiglio, nel bel mezzo di una campagna elettorale, pretende invece di ricoprire la parte dell’eroe perseguitato dal Palazzo.
Come la storiaccia finirà si sa già: con un bestseller di Marco Travaglio. E con il varo di una nuova legge sulle intercettazioni che non verrà mai approvata. E col rilancio, che durerà lo spazio di un sospiro, dell’ipotesi di privatizzare la Rai. E, naturalmente, con la ripresa, dopo la vacanza elettorale, dei sanguigni talk show di Santoro. Che continuerà come pria ad alimentare l’insofferenza berlusconiana, tanto scontata quanto improduttiva e tutto sommato autolesionista. Perché la verità è che se Santoro non ci fosse Berlusconi lo dovrebbe inventare (cosa che infatti fece a metà degli anni Novanta, portandolo a Mediaset quando la sinistra assalita da un momento di lucidità lo rimosse dalla Rai).
Se le le elezioni non andranno poi così male per il centrodestra Berlusconi potrà infatti ancora una volta dire grazie ai suoi nemici prediletti, quelli che fanno la faccia feroce e poi passano alla cassa, quelli che nel palazzi di giustizia e negli studi televisivi si ingegnano a far levitare gli indici dell’audience, bellamente estranei agli affari di governo. Se la sinistra è questo, mugugneranno gli elettori incerti del Pdl, beh, al mare ci si va la settimana che viene.






